TEORIA DELL’ALLENAMENTO: LE FAMIGERATE RIPETUTE

Chi non hai mai sentito parlare delle ripetute…tanto amate ed odiate dai podisti …ma altrettanto importanti dal punto di vista dell’allenamento.

Vediamo di approfondire un pò l’argomento!

L’allenamento con le ripetute, anche chiamato interval training, è stato ideato da Emil Zatopek, l’atleta cecoslovacco vincitore di quattro medaglie d’oro e una d’argento alle olimpiadi, nonché primo atleta a scendere sotto i 29 minuti sui 10000 metri nel 1954.

Le ripetute vengono utilizzate in tutti gli sport di resistenza, e quindi anche nel nuoto, nel ciclismo e nella corsa.

A cosa servono le ripetute?

L’idea alla base dell’allenamento con le ripetute è quello di dividere la distanza di allenamento in frazioni, da eseguire ad una intensità che sarebbe molto difficile mantenere in modo costante per la distanza totale dell’allenamento.

Inserendo dei periodi di recupero tra le frazioni, è così possibile aumentare il volume di allenamento, a parità di intensità.

L’allenamento con le ripetute viene utilizzato principalmente per gli allenamenti di alta intensità, tuttavia questo tipo di approccio può essere utilizzato anche a basso livello: pensiamo ai vari step per arrivare a correre per un’ora consecutiva, nel nostro piano di allenamento per principianti che è strutturato esattamente in ripetute, con lo scopo di far correre per un tempo totale molto superiore rispetto a quanto il principiante potrebbe correre in modo continuativo.

In questo modo si riescono ad accelerare i  miglioramenti e si velocizza il raggiungimento degli obiettivi.

Il recupero nelle ripetute

Il recupero, nelle ripetute, serve a ripristinare le condizioni metaboliche ottimali per riuscire a ripetere la prova all’intensità richiesta dal tipo di allenamento che si sta svolgendo.

Dal punto di vista fisiologico, durante il recupero l’organismo cerca di ripristinare le scorte energetiche.

La durata del recupero dovrà essere sufficiente per eseguire la prova all’intensità richiesta, ma non dovrà essere così lungo da consentire un recupero completo.

Un recupero troppo lungo non comporta, tuttavia, il fallimento dell’efficacia dell’allenamento, ma solo una riduzione del tempo totale di azione dello stimolo allenante. Mi spiego meglio con un esempio: supponiamo di eseguire delle ripetute all’intensità di san.

Per raggiungere la soglia occorrono circa due minuti, partendo da riposati. Ma con un recupero adeguato, tale tempo di latenza scenderà a un minuto o meno, mentre con un recupero troppo prolungato, occorreranno sempre due minuti per arrivare alla soglia anaerobica. A parità di durata delle ripetute, sbagliando il tempo di recupero si perderà un minuto di effetto allenante per ogni ripetuta e si avrà quindi una minor efficacia complessiva dell’allenamento, ma non l’annullamento completo della sua utilità.

La durata del recupero è proporzionale all’intensità dello sforzo, e sarà quindi tanto più lunga quanto più intensa è la prestazione.

Recupero attivo o passivo?

Il recupero può essere attivo, cioè continuando lo sforzo, ma ad intensità inferiore; oppure passivo, cioè da fermi.

Diversi studi hanno dimostrato che il recupero attivo è più efficace per lo smaltimento del lattato, grazie alla maggior perfusione muscolare e dall’utilizzo del lattato come substrato energetico da parte delle fibre lente.

Altri studi hanno tuttavia dimostrato che quando lo sforzo supera un certo livello (dal VO2Max in su) le ripetute con recupero da fermo consentono di sostenere tale sforzo per una durata maggiore, probabilmente perché quando ci si avvicina ad uno sforzo massimale, l’organismo necessita di tutto l’ossigeno disponibile per rigenerare le scorte di energia nel minor tempo possibile e il recupero attivo sottrarrebbe parte dell’ossigeno disponibile.

Il recupero nelle ripetute, dunque, dovrebbe essere attivo per le intensità inferiori al VO2Max, e passivo per le intensità superiori a tale valore.

Alberto Biscardi

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